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Apr
25
Admin
25 Aprile, c’è sempre un buon motivo per resistere
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Bello festeggiare una Liberazione, ma forse è più utile ricordare la Resistenza. A resistere si è spesso in pochi, e chissà, forse in guerra erano “altri tempi”, ma il coraggio spesso bisognava darselo, se uno non ce l’aveva. Per questo penso che convenga ricordare i partigiani, non tanto per far riferimento alle loro qualità come uomini, ma anche solo perchè, chi con la vita, chi solo con qualche ferita, hanno difeso una causa e, insieme ad essa, anche tutte le persone che non hanno combattuto per quella causa, che non si sono esposte o che sono scappate, che non avevano l’età per combattere oppure che di anni ne avevano già troppi.

Dal sito dell’ ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia), biografia di un partigiano locorotondese:

Michele Cisternino
Nato a Locorotondo (Bari) il 7 marzo 1919, deceduto a Locorotondo il 12 gennaio 1997, impiegato, due Croci al merito di guerra.
Ufficiale d’anagrafe nel Comune dov’era nato, nel 1939 fu chiamato per la leva e mandato nell’Egeo. Restò sull’isola di Coo, come caporal maggiore di Fanteria, sino al 1942, ma quando fu annunciato l’armistizio il giovane militare si trovava in Jugoslavia, nel X Posto di Avvistamento Aerei. Catturato dai tedeschi, riuscì a fuggire mentre stava per essere avviato in un campo di concentramento in Germania. Raggiunti i partigiani del Battaglione “Mameli”, Cisternino combatté con loro sino a che, il 19 ottobre 1943, scontrandosi con i tedeschi a Kozino, non fu ferito e, di nuovo, fatto prigioniero. Rinchiuso nelle carceri del Tribunale di Zara, quando il penitenziario fu bombardato il giovane militare ne approfittò per evadere e per raggiungere, era il 16 dicembre del ’43, il Comando Patrioti di Borava. Un mese dopo, l’imbarco per Bari e il rientro in Italia, dove Cisternino, con i postumi di una ferita e due decorazioni, poté tornare alla sua Locorotondo.

Apr
23
Admin
San Giorgio, da Locorotondo a Barcellona
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San Giorgio, oltre ad essere protettore di Locorotondo, è patrono di molti luoghi, tra cui Inghilterra, Georgia, Etiopia, Bulgaria, Serbia, Timbuctù e Portogallo. E’ un santo anche particolarmente venerato dai Rom: in lingua romani prende il nome di Ederlezi, titolo di una canzone popolare resa nota da Goran Bregovic.

In Catalunya e in particolare a Barcellona c’è l’usanza di regalare fiori e libri durante la festa di San Giorgio: la tradizione dei libri è abbastanza recente, iniziata a seguito della proclamazione della Giornata Nazionale del Libro, coincidente con il 23 aprile.

Regalare rose, invece, è una abitudine diffusa anche in altri popoli che festeggiano S. Giorgio: la leggenda vuole che, a seguito dell’uccisione del dragone da parte del cavaliere Giorgio, dal sangue dell’animale che bagnava la terra fossero spuntate delle rose rosse, e Giorgio regalò una di queste rose alla principessa di Cappadocia, che aveva salvato sconfiggendo il drago. Da notare che i Romani celebravano già una festa floreale nel periodo di Maggio, dedicata alla dea Flora.

 

Il nome Giorgio deriva dal greco antico γεωργός (gheorgòs), che significa “contadino, lavoratore della terra”. Da un punto di vista cabalistico e simbolico, l’origine del nome e il racconto leggendario hanno qualcosa in comune. La coltivazione del terreno è simbolicamente correlata alla coltivazione del sè, ovvero seminare – inseminare il femminino (la terra) per dare origine a una nuova vita (la pianta). Corrisponde a ciò che A. De Souzenelle (“La simbologia del corpo umano”) riferisce come il passaggio dall’ “uomo rosso” a “uomo verde”. L’uomo rosso, o uomo con sangue rosso, è l’essere non realizzato, in cerca di una purificazione o redenzione attraverso la vita. E’ l’uomo-animale, collegato al Ferro (contenuto, infatti, nell’emoglobina). L’ “uomo verde” è l’uomo-pianta, riflesso dell’albero della vita, capace di connettere la terra (con le sue radici) al cielo (con le foglie). Avreste mai pensato si potesse dire questo dell’opera del contadino?

Il cavaliere Giorgio sconfigge l’animale, il drago (per la simbologia del serpente, vedere qui) e dal sangue rosso del drago nascono fiori, il verde, la nuova vita. La storia di Giorgio è la parabola per eccellenza del percorso di trasformazione spirituale dell’uomo, che è transculturale e transreligioso, e forse anche per questo è venerato in così tanti posti diversi.

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